Camilla Collett (1813-1895) servì la causa del femminismo norvegese percorrendo temi già sollevati in Europa, ma nuovi per il piccolo paese scandinavo: i matrimoni forzati, il diritto ad esprimere i propri sentimenti, le relazioni di genere, l’istruzione, la maternità, la vedovanza, la prostituzione.
Pur non navigando – in modo analogo al compatriota, poeta e drammaturgo, Henrik Ibsen – le onde del femminismo militante, Collett è per così dire figlia delle grandi madri del femminismo illuminista europeo, da Olympe de Gouges a Mary Wollstonecraft, da Madame de Stäel a George Sand.
Il suo fu più propriamente un femminismo “di carne ed ossa” che, dispiegandosi nell’intreccio tra vissuto biografico ed esperienza di scrittura, spianò la strada per l’emancipazione femminile: mentre le sue idee, come foglie al vento, si sollevavano trasportando i semi della liberazione interiore, a partire dagli ultimi due decenni dell’Ottocento andavano congiuntamente compiendosi in Norvegia le conquiste dei diritti civili, politici ed economici delle donne, conquiste che culmineranno col riconoscimento del suffragio universale.
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