È un personaggio, Titorelli, decisivo per il Processo, e l’intera opera kafkiana: pittore malmesso, sbarca il lunario smerciando quadri di genere; però, uomo di cerchia, ritrattista dei giudici, fiduciario del tribunale.
Titorelli sa, e questo lo rende speciale.
Sa come può un imputato evitare la condanna, forse addirittura come ottenere l’assoluzione, sa, ancor prima, che le due cose sono, tra loro, molto diverse.
Ambiguità erotica e raffinatezza dogmatica, sciatteria nel vestire ed eleganza concettuale, tutto è mischiato in questo straordinario carattere, al quale Kafka ha imposto, non per caso, un nome ostentatamente italiano.
E poi i giudici, i giudici di Kafka, donnaioli e vanitosi, che Titorelli ritrae su committenza, in pose da macchietta, facendo però balenare, sulle loro teste, Dike, con le ali ai piedi.
Nella Giustizia alata, danzante sopra un trono da verdetto, in realtà una sedia da cucina, è la sublime poetica di Titorelli.